FemmininoPsicologiaSpiritualitàIl risveglio del femminino: la misoginia spiritualoide

20/12/2020by Redazione0

Una volta, quando ero ancora ragazzina esile dalle gambe lunghe, seduta nella sala comune della scuola, stavo discutendo insieme alle compagne delle nostre filosofie da adolescenti, e all’improvviso ebbi una piccola esperienza di picco che mi fece sbottare dicendo: 

“Comunque ci sono due diversi modi di fare. Il primo è come quello delle suore qui, che girano a testa bassa con le mani nelle tasche, senza guardare niente né toccare nessuno, sempre a cercare Dio da qualche parte dentro di loro. L’altro modo è andare in giro a testa alta, osservando tutto e facendosi coinvolgere dall’amore, dal sesso e da altre cose di questo genere, e voler essere veramente parte del mondo, perché anche questo è Dio.”.
(Joyce Collin-Smith)

La misoginia spiritualoide è quella che si prefigge di insegnare alle donne ad esser donne e si verifica, di solito ma non sempre, al seguito di un insegnante rigorosamente uomo. Normalmente si tratta di un maschio europeo sulla cinquantina, con un buon numero di proseliti e con qualche aforisma di antiche filosofie tagliuzzate qua e là e riportate in auge con un’assoluta e personalissima interpretazione delle stesse.

Il Manifesto pop dei nuovi guru con Ashram virtuale è sempre un rotocalco di luoghi comuni camuffati da grandi verità rivelate, segrete prescrizioni comportamentali e uno schematico approccio misogino all’universo femminile sullo sfondo edulcorato da proverbiali Salmi travestiti da modernità. La morale stantia e ormai obsoleta viene in genere rivolta soprattutto alla donna del nuovo millennio, proprio a colei che vuole essere   spirituale e discepola e deve affidarsi -per liberarsi dal gioco del perbenismo- al maestro, all’Adeptus in veste di Soror Mystica adempiendo alla richiesta parallela -e paradossale- di silenziosa accettazione.

L’equazione: “Se ti vesti da femmina, ossia con gonna e tacchi a spillo, sono felice perché stai manifestando la tua Venere Interiore aka Babalon” contrapposta a doppio vincolo “Se poi ti violentano attratti dalle gambe al vento e il culo all’aria è colpa tua”  è il bacio di Giuda reietto e più prostituito di Via del Campo della Genova che ci piace.

Non v’è logica, non v’è coerenza nell’esternare i capostipiti di come dovrebbe essere un femminile sano e libero quando la voce fuori campo grida ancora, di fronte alla donna libera,: “Al rogo puttana!”

Parlo per me, ma so di essere portavoce di coloro con le quali, per affinità elettiva e ribellione mai sedata, lavorano per un cambio di paradigma. Siamo stanche di sentirci alunne di una scuola i cui insegnanti sono sempre e solo uomini specie se questi sono poi piegati essi stessi a leggi di mercato e non a verità spirituali e creano contenuti al solo scopo di accalappiare like sulla base di tesi inesistenti e sostituite da interessi di Marketing Spirituale o, i più vintage, per avere stuolo di adoratrici in cui pescare per esperimenti di alchimia sessuale. Proprio non lo possiamo accettare.

La cultura del Femminino è stata alacremente calpestata per un sacco di tempo. Gli antichi culti della Dea sono stati sorpassati dall’impero dorato di un Dio esclusivamente maschio, punitore e inneggiante l’algoritmo della sopraffazione. Ma non solo, si è fatto qualcosa di molto peggio siccome non era possibile sepellire un moto dello spirito che mira sempre all’equilibrio: siccome non era sradicabile, è stato configurato un femminile ad-domesticato le cui caratteristiche, per funzionare bene, sono proprio quelle che aboliscono il lato umano e selvatico sublimando al suo posto l’immagine della Vergine Maria, casta e immacolata, l’unica permessa, definendola “Sacra” giusto per aggiungerci quel tocco di religiosità che fa sempre la sua porca figura.

Lasciatemelo dire.

La coppa tanto decantata come simbolo dell’accoglienza della donna è un calice pieno di merda.
Depauperare l’universo femminile sotto l’egida della benevolenza mariana vuol dire strappare pagine di storia di fondamentale importanza per l’adesione all’integrità. E per essere coerenti alla tesi imperante del femminile “accogliente e ricettivo” bisognerà quindi addomesticare Rhiannon, Lilith, Medusa, Kali, Inanna e tutte le divinità rosse e scarlatte, sanguinanti e irate, notturne, sessuali, materne e assassine allo stesso tempo.

Provate a chiedere alle Amazzoni di essere gentili e di non far la guerra.

A Venere di non esser così erotica e tenere a bada i propri istinti.

A Medusa di piantarla di trasformare gli uomini in pietra.

A Demetra di non soffrire così tanto, di smetterla di smuovere oscurità per il rapimento di Persefone e far tornare immediatamente Primavera.

E i guru occidentali che vanno in India a cercare se stessi saranno alla fine d’accordo con noi, vedendo Kali come un aspetto temibile della Dea, oppure nuovamente “trasmuteranno alchemicamente®” le caratteristiche della stessa auto-narrandosi e auto-consolandosi nell’idea che le teste degli uomini che porta addosso sono in realtà l’aspetto “pacifico che trascende il tutto”?

Dell’Inanna mesopotamica… che cosa diranno i precursori della Luce scoprendo in essa sia le caratteristiche dell’Amore che quelle della Guerra?

S’Accabadora, la donna sarda che aveva il compito di porre fine alla vita del malato dandogli un colpo in testa, quale aspetto del femminile rappresenta?

Le scorciatoie della spiritualità hanno vita breve in un momento catartico come questo.

Parlare della Donna accompagnandola con aggettivi accomodanti e addomesticati, anticipata da un’atmosfera sempre romantica e a luci soffuse, dovrà necessariamente passar di moda e lasciare spazio al contatto con la realtà, alla richiesta collettiva di realismo ed integrità. Dovremo porci innanzitutto il quesito del perché, invece, l’energia maschile sia ampiamente (stata) descritta ed accettata come guerriera, attiva, dinamica. Perché queste siano caratteristiche associate al maschile e mai al femminile. Del perché il pianeta Marte sia ancora oggi, alle soglie del 2021, descritto come appannaggio e manifestazione degli uomini e come mai una donna animata da Marte sia descritta come anomalia da correggere (anche l’astrologia di alcuni, ahinoi, può essere davvero sessista, nonostante poi si facciano magari portavoce dello Zeitgeist del nuovo Eone).

Non abbiamo compiuto alcun passo in avanti dalla forma mentis che ammorbava l’Europa nel periodo dell’Inquisizione del ‘400. L’inquisitore archetipico, guerriero deforme, ha solo cambiato strumenti, ma è ancora attivo nel tentativo di addomesticare la donna a suo gusto e piacimento. La differenza è che le parole dei Sant’Agostino, dei San Gerolamo o degli Inquisitori erano parole molto chiare dove si delineava perfettamente chi fosse da perseguire e chi poteva essere salvato.

Ora invece queste parole sono avvolte nella coccola pucciosa di un ipotetico “lavoro interiore” che ha a che fare sempre con lo stesso cardine della rimozione di quel che non siamo in grado di accettare.

Demetra George, nel suo libro “I misteri della Luna Oscura” (edizioni Venexia) a tal proposito scrive:

“Nel tentativo di reclamare i poteri di guarigione e rigenerazione della Dea Oscura dobbiamo sviluppare un rapporto positivo con l’ombra femminile e con il modo in cui essa agisce in ogni donna e in ogni uomo. Se l’Umanità percepisce il femminile oscuro come pericoloso per la coscienza, per l’ego razionale e per l’ordine sociale istituito, ognuno di noi verosimilmente nega e sopprime queste qualità che sono in noi e facendo questo ci tagliamo fuori dalla possibilità di conoscere e scoprire la nostra completa realtà psichica. Questa separazione ha generato ferite e malattie profonde nelle nostre anime.”

La malattia profonda in questo caso è la logorante ed estenuante richiesta di relegare al femminile uno spazio microscopico e acerbo, separativo, fatto di luoghi comuni e taciti accordi sul come dovrebbe essere per corrispondere all’ideale sociale delle brave donne, ideale che è evidentemente disfunzionale considerando lo scempio perpetrato per anni e le sue conseguenze.

C’è poco da stupirsi se ora la rabbia femminile propaga come il fuoco incessante d’un incendio.

Scrive la Maureen Murdock che:

“Sulla strada delle prove, una donna oltrepassa i limiti dei condizionamenti che un tempo la bloccavano. È un momento particolarmente straziante, un’avventura piena di lacrime, un trauma. Da bambina o da adolescente la donna è spinta ad assumere il ruolo che genitori, insegnanti ed amici hanno scelto per lei. Per lasciarsi tutto alle spalle l’Eroina ora deve sfuggire alla prigionia dei suoi comportamenti prestabiliti, abbandonare il giardino della protezione e uccidere il drago della dipendenza e del dubbio di sé. È un viaggio pericoloso.”. 

Bisogna farsi responsabili del retaggio storico da cui arriviamo e domandarci tutti quanti se davvero questo famigerato lavoro interiore debba partire nuovamente dall’educare le donne ad essere le brave signorine o le sacre vulve a consumo del maestro di turno, insegnando loro a stare composte e zitte come sosteneva già parecchio tempo fa San Paolo:  “Le donne nelle assemblee tacciano; non è loro permesso di parlare ma siano sottomesse, come dice anche la Legge.”.

E invece noi parliamo. Consapevoli della fallibilità umana, ma orgogliose della forza femminile che abbiamo sviluppato prova dopo prova.

 

 

 

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