Lezioni di AstrologiaCuriosità astrologicheL’astrologia al tempo del Covid-19: un raro Equinozio di primavera

Cosa si fa quando tutto perde di senso e significato?
Quando quello che abbiamo dato per certo si sgretola e tutto sembra essere avvolto nell’oscurità?

Quanto vorrei avere una risposta da darmi e da donare a chi la cerca: sarebbe una risposta a cui mi aggrapperei con tutta la mia forza e che cercherei di comunicare a quante più persone possibile. Molto probabilmente un po’ alla volta questa risposta, mossa da inquietudini, cercherebbe di placare l’angoscia dell’incertezza trasformandosi in dogma e in rigidità.

“Guarda! Ho la prova! C’è una luce in fondo a questo tunnel da incubo!”

Eppure, come ben sanno tutti quelli che hanno ricevuto duri colpi dalla vita, niente è certo sotto questo Cielo. Tutto può cambiare da un momento all’altro. L’evoluzione delle vite segue delle regole che la nostra consapevolezza bambina riesce appena appena ad intravedere. Ci interroghiamo, lo facciamo con gli strumenti offerti dalla Scienza che da sempre cerca di trovare risposte a domande eterne.

Quanto sarebbe bello avere una fonte autorevole che ci dica a cosa credere in questo momento, vero?

A cosa posso credere?
Cosa significa credere?

In questo momento di smarrimento generale, investiti dalla pandemia chiamata Covid-19, i punti di riferimento saltano.
Le autorità non possono più rassicurare perché non sanno.
Stiamo massicciamente sperimentando la condizione di non sapere e di non potere.

Anche la scienza, che sta facendo il meglio con gli strumenti a disposizione, arriva solo fino a certe spiegazioni.
La Scienza Sacra, conservata nelle tradizioni iniziatiche, cerca raggiungere ora quante più coscienze possibile.
Ma il tempo stringe: nonostante siamo in questo momento ricchi di tempo a disposizione, paradossalmente sembra che non ci sia più tempo per niente.

Alt. 

Fermiamoci. Accogliamo l’invito di Saturno e fermiamo la mente irrequieta.

Saltando ogni appiglio esterno ecco che si presenta l’opportunità: cercare l’autorità dentro di sé, nella caverna del proprio cuore, sede del Sole  e della Luna interiori.

Ad un livello semplice di auto-conservazione ognuno può cercare questo appiglio, questa autorità, e dare un senso a quello che accade senza la presunzione che venga abbracciato da tutti. Attenendosi a quello che si deve fare, mettendo da parte l’egoismo, e pazientando. Attenendosi alle regole.

“Ci fu un lampo di luce e mi ritrovai in viaggio. Dopo aver superato il tetto del carcere e il cielo della California, con un balzo fui tra le stelle. Dico “stelle” a ragion veduta, perché io camminavo tra le stelle. Ero bambino e indossavo delicate vesti lunghe e ampie, simili a un manto, che luccicavano nel freddo chiarore stellare.”

“Io, come ogni uomo, sono uno sviluppo; non ho inizio quando sono nato, ma neanche quando sono stato concepito. Io ho continuato a espandermi e a svilupparmi nel corso di un’incalcolabile miriade di millenni e tutte le esperienze appartenenti a ognuna delle altre innumerevoli vite hanno contribuito alla creazione della sostanza che compone la mia persona e di quella che compone il mio spirito.”

“Dovrei anche raccontare del Mistero, perché siamo sempre stati curiosi di risolvere i segreti della vita, della morte e del decadimento. A differenza degli altri animali, l’uomo ha sempre contemplato le stelle e creato molti dei a sua immagine e a immagine della propria fantasia. In quelle antiche epoche io ho adorato il sole e il buio, il chicco mondato come genitore della vita, ho adorato Sar, la dea del grano, gli dei del mare, del fiume e le divinità pesce.”
(Jack London, “Il Vagabondo delle stelle”)

Sarà una autorità regale che ci donerà ciò che, come un balsamo alchemico, può quietare l’anima e la psiche permettendo allo Spirito di soffiare dove vuole?

Sì.

L’unica condizione è che ognuno di noi faccia il possibile per prendere dimestichezza con se stesso, con quello che c’è. Con la sofferenza, con la paura, con la rabbia, con la malattia e il suo opposto, con la vita e il suo opposto.

Questo è ciò che è stato promesso in tutte le epoche storiche ad ogni cercatore dello spirito, ad ogni adepto, ad ogni discepolo, ad ogni mistico amante e fedele d’amore. Una realizzazione che non mette a riparo dalla sofferenza, ma che rende anche la lucentezza della lama della falce della Santa Muerte un possibile inizio di scoperta di sè.

La lettura astrologica, con i suoi simboli e le sue regole conosciute da chi la usa come strumento, può essere utile per dare un contesto, un quadro, per uscire dalla tragedia personale ed inserirsi nella tragedia collettiva. Per passare dalla narrazione auto consolatoria, che ci fa sentire inesorabilmente soli, a quella mitologica.

Si tratta di una scelta. Questa possiamo sempre farla, in ogni momento.

È qualcosa che accade all’umanità dalla notte dei tempi, da sempre e per sempre, quando la malattia, la promessa della morte, il lutto, la perdita di punti di riferimento fanno irruzione improvvisa nelle esistenze condotte fino a quel momento nell’illusione dell’eternità.

“Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei.”
(Giacomo Leopardi)

Lo shock e la paura ci gettano all’improvviso dentro ad abissi neri, dentro a fiamme corrosive eppure fredde, mettendo nello stesso momento in moto le nostre risorse.

È allora che l’Anima e lo Spirito, Sole e Luna interiore, possono diventare la coppia di Re e Regina che permetteranno all’anima dell’umano trasfigurato di rinascere.

Tutto quello che avevamo dato per certo, per sicuro, scosso da Urano nel segno del Toro, mostra che nell’esistenza nulla è certo davvero.

Abbiamo fatto una scommessa, tutti quanti assieme, e lo abbiamo fatto considerando solo il tempo presente, sottraendoci a quello che Saturno, il signore del Karma, ci intima da parecchio tempo: è necessario fare una prova, fare un check-up di come stiamo, di quelli che sono i nostri valori, di cosa abbiamo privilegiato nella nostra vita.

E la scelta è quella di dare finalmente ascolto all’emisfero destro del cervello, la cui natura è quella delle immagini, dei sogni, della musica, dell’arte.
Lasciare spazio all’immaginale, alla narrazione delle storie e della vera re-ligio, la religione dell’anima, che crea unione. Funzione suprema della Misericordia divina che in questo momento sta facendo il possibile per farci intravedere che parte della nostra responsabilità in questo momento è quello di raccogliere i pezzi di luce che troviamo in giro e metterli assieme.

“L’arte più importante della vita, l’autentico miracolo della nostra esistenza, è di non perdere la pace, la calma nel bel mezzo dell’angoscia, per quanto la tempesta possa infuriare intorno a noi. Il fatto che, allora, intorno a noi le cose si plachino spesso non è poi una cosa così miracolosa come può apparire a prima vista. I pericoli della vita, che irrompono dall’esterno, possono sparire altrettanto improvvisamente come sono venuti, su questo fatto noi abbiamo in linea di massima un’influenza solo indiretta.
Ma quello che accade dentro di noi e il modo in cui ci poniamo di fronte a Dio, ecco ciò su cui si decide tutta la nostra vita, ecco qual è la nostra esistenza.”

(E. Drewermann)

Parlare di Dio, anche se in realtà io preferisco utilizzare altri termini -e ognuno avrà la sua terminologia per riferirsi a questa idea-, è qualcosa che potrebbe stonare in questo momento, ma vi prego di prendere in considerazione che quello che pensiamo di Dio, fatto a nostra immagine e somiglianza e non viceversa, è frutto della nostra esperienza.

Molto più importante è l’esperienza personale di Unità, di resa e accettazione, precursori di forza e coraggio come frutto della nostra creatività ed esperienza.

Quello che possiamo ipotizzare è che questo Dio, il Tutto che permea l’Universo, si presenti con diversi nomi, a seconda del contesto, indicando di volta in volta diverse strade di pellegrinaggio.

La nostra cultura occidentale, opulenta e forse viziata, si vede ora presentare un conto salato e la tentazione di cercare “un colpevole” da isolare nel deserto, come si faceva con il capro espiatorio, è forte: che sia qualcuno che deve uscire per lavoro, che sia il runner che trasgredisce la regola per sopravvivere a modo suo, che sia lo Stato o la cricca degli Illuminati… Poco importa. Qualcuno deve essere stato!
Ahinoi, fosse così semplice, potremmo fare una bella scazzottata, punire chi si comporta male, sfogarci, piangere! Le cose però non stanno così… Non sempre il responsabile è individuabile, delle volte accadono delle cose che sfuggono alla nostra capacità di comprensione. Accadono cose brutte e nessun capro potrà essere caricato di quel peso e mandato in esilio alle porte della città.
Esorcismo supremo che ci farebbe tirare un sospiro di sollievo.

Al di là delle dinamiche politiche e delle innegabili manovre irresponsabili nei confronti dell’ambiente, frutto probabilmente di una immaturità e scarsa lungimiranza di specie, ci troviamo a dover fare ora i conti anche con i nostri rimossi, con le ferite di cui non abbiamo mai voluto prenderci cura: Lilith, emblema del rimosso, e Chirone, simbolo delle ferite antiche che precorrono l’antidoto, sono congiunti nei primi gradi dell’Ariete, in aspetto di tensione (quadratura) con i nodi lunari posizionati sull’asse Cancro-Capricorno.

Il nodo nord e il nodo sud, che secondo l’astrologia indiana si trovano in due nakshatra potenti (Ardra e Mula) sono coinvolti in dinamiche che vanno ben oltre le sorti dei singoli e che ci parlano di Karma collettivo.

La porzione di Cielo occupata dal nodo nord (Rahu), chiamata Ardra, il cui simbolo è la lacrima, è associata alla divinità vedica Rudra (una delle forme di Shiva), dio delle tempeste, che si muove in maniera distruttiva per dissipare l’ignoranza. È una posizione molto forte per il nodo nord, che ha qui il suo domicilio, e che quindi si carica in maniera potente. Rahu, scrive Komilla Sutton, è una forza che spinge alla ricerca spasmodica dell’impossibile e questo può manifestarsi sia nella corsa alle altezze spirituali che a quelle più grossolane.

E anche qui, quale scegliamo?

Uno dei modi in cui Rahu è rappresentato è una testa mozzata (si tratta della testa di un demone che, avendo bevuto l’amrita, non può morire), ed è una testa immortale che non trova sazietà perché staccata dal corpo (il nodo sud, Ketu). Esso è anche figlio di Maya – l’illusione-: ci rimpinza di notizie su notizie, scorre tra i bit e nella maglia della rete, e dà illusione di controllo.

“Se mi informerò a sufficienza otterrò il quadro della situazione e potrò salvarmi” mette in scena l’ipotesi pericolosa, a monte, che ci siano informazioni salvifiche e che chi le ha, e non vuole darle, sia il nemico da abbattere. Il tutto trascurando l’altra ipotesi, molto più semplice, che l’essere umano non sia così scaltro, che possa non esserci nessun piano a monte e che semplicemente la natura faccia il suo corso come è sempre accaduto.

La bocca che divora la luce, la bocca di Rahu, emette fumo velenoso, una nebbia che contribuisce a renderci sonnolenti e staccati dal corpo, il resto dell’umanità.

Ognuno credo debba trovare un senso e un centro da solo/a, e non c’è un senso che valga più di un altro. La sensazione di poter tornare ad un vero centro, esorcizzando le auto-ipnosi superficiali (“Andrà tutto bene”) che nascondono solo il desiderio di tornare al passato, a ciò che c’era.

Ciò che c’era non c’è più.

Non potremo tornare a quello che c’era perché significherebbe non aver appreso niente.

Costruiremo un nuovo futuro che avrà le fondamenta nei progetti e nell’impegno di ognuno.

Potremo tornare a guardare le stelle, questo è sicuro: alcuni tra le braccia di Baba Jaga, altri camminando sulle macerie di quello che dovremo ricostruire. Sarà un futuro in cui, ognuno a modo suo, conserverà il ricordo dell’esperienza di quel tempo in cui tutto si è sgretolato, di quando gli equilibri si sono rotti, e ci siamo riscoperti piccoli e vulnerabili.
Ricorderemo che quello è stato anche il momento in cui abbiamo capito cos’è l’amore, per cosa vale la pena vivere.

Dopo tanta nebbia
Ad una ad una
Si svelano le stelle.

Respiro il fresco
Che mi lascia
Il colore del Cielo.

Mi riconosco
Immagine passeggera
Presa in un giro immortale.

(Giuseppe Ungaretti)

 

 

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