YogaTarocchiIl Tarocco della Torre

10/11/2019by Silvia Zuin0

“Nella maggior parte delle sue versioni questa carta rappresenta una torre merlata di mattoni la cui cima è stata schiantata da un fulmine che scende dal cielo. Si vedono due uomini che cadono dalla torre al suolo. (…) Il documento sufico spiega che questo è il segno della caduta. L?uomo, che era spirituale, è entrato nel mondo e si è addossato il fardello di un corpo materiale.”
(J. D. Blakeley)

È buio.

L’Oscurità viene squarciata da un fulmine che si abbatte su di una torre distruggendola.
Le fiamme avvolgono ogni cosa, il fumo rende ogni cosa confusa.
L’aria è irrespirabile, tossica.

Due persone, verosimilmente un uomo e una donna, vengono sbalzati fuori dalla struttura, impotenti.

Come interpretare queste immagini, potenti nel nostro substrato psichico, collegandole all’esperienza umana?
In che modo questa carta parla di noi?

La Torre può essere intesa come la presunzione dell’uomo di potersi ergere sopra ogni cosa, il fulmine la punizione di Dio che gli ricorda la propria precarietà, i propri limiti, il suo non poter esistere al di fuori del suo sistema.

Quando durante un consulto il tarocco numero XVI viene estratto non importa quanto le carte vicine possano mitigarne il significato, si preannunciano tempi duri.

Le attribuzioni classiche date a questo arcano, infatti, sono:

Fallimento, rovina, malattia, catastrofe per eccesso di ambizione, caduta (degenerazione dello spirito), male che prevale sul bene, nemici, menzogne.

Insomma, significati non proprio leggeri.

Personalmente analizzando profondamente il significato della Torre non posso che ritrovare immediate similitudini con quanto sta accadendo nel mondo: inquinamento, corruzione, ambizioni smodate, assenza di sentimenti verso il mondo animale e vegetale.

L’antropocentrismo è così insito nell’essere umano da portarlo insensatamente a distruggere il sistema senza cui egli stesso non potrebbe vivere: la Natura.

Assistiamo continuamente ad un impoverimento dei valori morali fattisi materialisti tanto da culminare in un ritorno di quel fanatismo religioso che nulla ha a che fare con l’elevazione dell’Uomo verso qualcosa di puro e spirituale ma che, al contrario, in un’espansione estrema dell’ego, si arroga il diritto di disporre a proprio piacimento di ogni cosa: beni, risorse, finanche persone, in un vaneggiamento che lo porta ad estraniarsi dalla realtà dimenticandosi del proprio posto del mondo e della conseguenza delle proprie azioni.

Divisione è il termine chiave: la politica è corrotta, le masse sono lasciate a loro stesse e chi aveva la responsabilità di “proteggere e conservare” lascia che per i propri interessi tutto si consumi, inquini, distrugga in un circolo vizioso che, in un modo o nell’altro, vedrà la parola fine.

La possibilità di ripartire

Tutto questo può avere un risvolto positivo?

Per comprendere ciò occorre riferirsi alle dottrine dello Yoga, in particolar modo al culto di Shiva, una divinità così poliedrica e ambivalente da affondare le proprie radici in epoca pre-ariana ma che troverà la sua completezza espressiva solamente in epoca post-vedica nella sua forma trimurti: Shiva Nataraja (Il Re della danza), Shiva Yogeshvara (signore dello Yoga), Shiva Ardhanarishvara (l’androgino)

In questa triplice natura è descritto il funzionamento dell’intero universo nel suo aspetto più fisico di continua distruzione, rinascita e trasformazione e in quello più metafisico di elevazione da uno stato di miseria causato dall’ignoranza (A-vidya).

Avidya consiste infatti nell’errore dell’uomo di ascoltare solamente l’Ego dimenticandosi del suo Io più profondo (Atman), vivendo la propria precarietà mortale come unica e reale, separandolo e isolandolo dal suo appartenere a quell’Unità che tutto anima, che tutto collega e che tutto comprende (Brahman). Da questo derivano i comportamenti squilibrati che non possono che portare al fallimento.

In questa dimensione, la danza di Shiva è, quindi, il gioco delle sue cinque operazioni: emissione, mansione, assorbimento, offuscazione e grazia.

Ricollegandoci all’arcano in questione, è il cambio di prospettiva che lascia intravedere l’unico risvolto positivo della carta: la possibilità di ricostruire qualcosa dal nulla. Il fuoco, come anche il fulmine, assume dunque un carattere purificatore che distrugge tutto ciò che è marcio e non funzionale per favorire un nuovo humus (sia esso materiale o spirituale) per qualcosa di nuovo, più consapevole, elevato.

Liberati dell’attaccamento alla materia e dai legami che ne conseguono, siamo liberi di portare uno sguardo lucido verso il futuro.

Di ricostruire qualcosa di nuovo con più consapevolezza e maturità.

Un altro suggerimento sulla soluzione nascosta insita nella carta stessa, ci viene data dalla riduzione teosofica del numero 16, ovvero 1+6 = 7.

Questo numero rappresenta da una parte il principio di Saturno, con i suoi limiti e confini. Dall’altra apre anche all’universalità della creazione nel suo perfetto equilibrio: Dio.

Di nuovo, l’intervento del perfetto che al di là del bene e del male tutto eternamente distrugge e ricostruisce affinché l’equilibrio sia preservato.

Ecco quindi che in questa chiave si rivela una delle accezioni positive di questa carta: rendersi conto del proprio ruolo e assumersi le proprie responsabilità.

Messa in guardia, cambiamento di rotta doloroso. Contrasti per evitare la fine imminente.

In quest’ottica, potremmo interpretare quanto sta accadendo come un doloroso passaggio necessario per una consapevolezza e passaggio verso qualcosa di nuovo.

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