PsicologiaLa chiamata del Sè: la funzione trascendente

23/10/2019by Redazione0

di Stefania Bonaldo

Quando penso alla meraviglia delle capacità mentali finisco sempre per perdermi nell’immaginario punto di connessione tra stimolo percettivo e significato, ovvero tra realtà fisica e quella psichica.
Mi affascina l’unicità dell’esperienza individuale all’interno del collettivo.

Il punto oscuro su cui ancora non abbiamo grandi risposte è proprio il punto di decodifica e trasformazione in cui i dati del reale che viviamo divengono materiale immaginario acquisendo un significato personale che da elemento oggettivo diviene elemento soggettivo. In poche parole tutto quello che viviamo, che percepiamo e di cui facciamo esperienza arriva in qualche modo ad essere immaginato e decodificato dalla mente: questo non significa che l’esperienza perda in autenticità, ma essa diviene semmai personale. Il fatto che venga immaginata non significa che sia frutto di fantasia dato che è comunque reale (ciò che avviene “fuori” viene immagazzinato “dentro” e diviene un fatto psicologico), nonostante si trasformi per ognuno di noi in un linguaggio e vissuto soggettivi.

Il passaggio dalla sostanza all’immagine, entrando quindi nel mondo immaginale-psicoide (questo mondo di dentro fatto di immagini) e quindi dall’oggetto alla sua rappresentazione mentale, viene permesso dalla funzione trascendente (di cui Carl Gustav Jung parla nel suo “La dinamica dell’inconscio”, vol. 8) che connette la semantica (il significato dell’esperienza) alla sua costruzione immaginale. È la funzione trascendente, in sostanza, quella che ci permette di pensare al peccato originale mentre osserviamo una mela., è quella funzione mentale che ci permette di ampliare la coscienza e aumentare il diaframma per coglier maggiori sfumature del mondo.

Immagine tratta dal Liber Novus di Carl Gustav Jung

Trascende perché va oltre il dato sensibile e attraversa gli stati dal sensoriale inconscio al semantico cosciente (il ragionamento) e viceversa. Rappresenta la capacità simbolica di unione degli opposti, quali ad esempio conscio ( con l’ego al centro ) e l’inconscio. Affinché sia possibile questa unione degli opposti i contenuti dell’inconscio devono essere collegati all’esperienza cosciente (che è quella dell’ego) in modo da creare una terza posizione tra le due, la funzione trascendente appunto.

Il risultato di questa unione, questa terza posizione, è qualcosa che però va oltre, non appartiene né all’uno né all’altro.

Trascende.

La funzione trascendente: la nave di Caronte

La funzione trascendente è madre del simbolo.

Aiuta a creare un ponte tra il vissuto e il pensato.

È una funzione fondamentale per formulare un linguaggio ricco e darci la possibilità di comunicare concetti e vissuti anche molto difficili da trasmettere. Spesso il disagio mentale è dato proprio da un restringersi di questo diaframma, è un impoverimento della capacità di comunicare e concepire significati altri, più ampi, ovvero di concepire possibilità alternative di esistenza. Esattamente come un’esagerata apertura senza agganci a terra rischia di risucchiarci nel mondo indefinito delle immagini e del tutto indifferenziato, in cui rischiamo di perderci senza capacità di discernimento.

Scrive Jung:

“La compartecipazione segreta dell’inconscio alla vita è presente sempre e dovunque; non è questa partecipazione che dobbiamo cercare. Ciò che si cerca è la presa di coscienza dei contenuti inconsci che sono in procinto di influire sul nostro agire; questo evita appunto l’intromissione segreta dell’inconscio e le sgradevoli conseguenze che ne derivano.”

Il simbolo allora può essere una verità che prende forma.
Come se dalla massa informe dell’inconscio prendesse vita un significato. Dico prender vita perché ciò che emerge ha un carattere con tendenza autonoma sfuggevole al soggetto.

Il punto spinoso della questione che molto spesso si tende a dimenticare, specie quando ci si avventura nel mondo dell’inconscio senza direttive e spinti solo da curiosità, è proprio questo: il simbolo ha una potenza enorme. Terribile e terrifica. Esso nella sua forma originaria è un archetipo che si manifesta in svariate immagini. Ognuna di esse avrà un diverso grado di potenza e diversa intensità di coinvolgimento. Se non riusciamo a scorgerlo con la distanza dell’occhio cosciente (o per lo meno sperata distanza) rischiamo di venirne “posseduti”, ossia travolti, senza possibilità di controllo, come se qualcosa da fuori o da dentro prendesse il dominio.

Un esempio molto concreto, senza citare i casi chiamati di possessione spiritica o di medianità, lo possiamo cogliere in noi stessi quando facciamo cose che non vorremmo assolutamente fare eppure non riusciamo a trattenere, crogiolati dalla consapevolezza di non essere in grado di fare altrimenti (reazioni impulsive, ragionamenti ossessivi o depressivi, azioni compulsive, rancorose rimuginazioni). È normale quindi desiderare di poter avere controllo su questo aspetto di noi, ma vi riporto un monito di cui non sono io l’autrice, ma che condivido appieno: fate attenzione a chi sostiene di saper controllare le “forze” siano esse naturali, psichiche o spazio-tempo perché nessuno ha questa capacità, né può averla. Chi si vanta di tali doti è dominato e posseduto dal più terribile degli archetipi: quello di Dio. Queste persone si identificano con le potenze primigenie perdendo i confini del proprio Io (si dice che lo inflazionano).

È vero che per ristabilire un po’ di equilibrio dovremmo abbandonare la rigidità della coscienza, essere più flessibili e aumentare la nostra capacità creativa sostenendo il lavoro della funzione trascendente, ma il fine evoluzionistico della coscienza è la sopravvivenza della specie, con maggiori strumenti e possibilità di adattamento. Non è annullando la coscienza che avviene l’evoluzione, ma rendendola maggiormente in grado di adattarsi senza reprimere la spinta della vita inconscia, facendone una risorsa, attingendo ad essa.

La guida delle anime nella narrazione

Badate bene, l’equilibrio sta sempre nel mezzo, nella funzione trascendente. Questa aiuta l’inconscio a divenire assimilabile alla coscienza, a divenire digeribile direbbe Wilfred Bion.

Io invece parlo di divenire narrabile.
Il futuro può essere letto e tradotto proprio da questa funzione e per ognuno questo processo sarà unico ed irripetibile (individuale, appunto).

“La funzione trascendente può essere innescata ogni volta che l’ego entra in contatto con un’immagine dell’inconscio e si impegna in un dialogo intenso con essa. Ogni volta che succede, e non importa quanto piccola possa essere la questione in esame, il Sè ne esce rinforzato e trasformato. Si viene a creare una terza posizione, nuova e trascendente, che si trova al di là delle due posizioni opposte dell’ego e dell’inconscio, e che nemmeno coincide con l’oscillare tra esse.” (Jeffrey Raff, in “Jung e l’immaginario alchemico).

E ancora:

“Il continuo spostarsi avanti e indietro negli argomenti e nelle affezioni rappresenta la funzione trascendente degli opposti. Il confrontarsi delle due posizioni genera una tensione carica di energia e crea una terza entità vivente (…), non un fattore logico nato morto, ma un movimento al di fuori della sospensione degli opposti, una nuova nascita viva che porta a un nuovo livello dell’essere, una nuova situazione.” (Carl Gustav Jung, “La dinamica dell’inconscio)

L’immaginazione attiva

Se non possiamo controllare l’inconscio e le immagini con cui si presenta come possiamo allora non caderne preda evitando di negarlo? Sapendo tra l’altro che negandolo si ripresenterà molto probabilmente sotto forme inaspettate (effetti somatici, lapsus, panico…)?

Bene, C.G. Jung aveva ideato una tecnica sicuramente non accessibile a tutti (nonostante oggi in molti si dicano esperti e la propinino) chiamata Immaginazione Attiva per cercare di ottenere questa nuova consapevolezza, per attivare questo nuovo stato di coscienza e avere accesso alla funzione trascendente. Si tratta di uno strumento terapeutico (ed in quanto tale è competenza di chi ne conosce sia l’esecuzione, ma anche le possibili conseguenze problematiche che potrebbero emergere dalla sua applicazione. Fate attenzione: abbiate cura della vostra psiche e non fateci mettere mano da chiunque!).

L’immaginazione attiva appartiene alla funzione trascendente, ne è una sua espressione, e aiuta, partendo da uno stimolo detto immagine a creare dei nessi e delle amplificazioni in grado di aumentare il raggio di significati a cui l’immagine può riferirsi. Per immagine non dobbiamo intendere solo qualcosa di visivo: anche un suono può essere un’immagine dato che noi psicologi di orientamento junghiano per immagine intendiamo tutto ciò che attiva movimenti affettivi nella persona in questione.

Sebbene sia stata banalizzata e utilizzata anche per definire lavori che con essa non hanno niente a che fare, l’immaginazione attiva è molto complicata proprio perché innesca gli archetipi che a livello individuale vengono definiti “complessi” e questi sono autonomi, sfuggendo al controllo. Inoltre è assai ardua la decodifica di ciò che emerge in autonomia. Chi la opera deve prestare attenzione a non contaminare e a non dirigere la fantasia del paziente secondo proprie ingenue inferenze.

La fantasia è di chi la fa, esattamente come suo è l’inconscio personale.

Il dialogo con il Sè

Ritornando all’esempio della mela posso associarla al peccato originale, o alla mela dei bigliettini del diario delle scuole che usavo per conquistare il mio primo amore, o alla mela che appare nel pc che o intravisto di sfuggita e di cui non serbo ricordo cosciente, e così via… Questo è solo un esempio banale della varietà di elementi con cui lo stimolo si “costella” di nessi, di collegamenti mentali., di “associazioni”.

Mi preme sottolineare che sicuramente è una tecnica meravigliosa, che apre i numerosi cancelli dell’abisso, ma è necessario prestare ben attenzione quale cancello si stia per varcare, perché, permettetemi la metafora, non possiamo conoscere a priori l’entità del guardiano della soglia.

Di solito non ha un bell’aspetto e non è neanche tanto simpatico e ragionevole (pensate un po’ a Cerbero che insomma… tanto carino poi non era). E per dialogarci è necessario:

  1. essere strutturati, cioè avere una struttura cosciente abbastanza solida (che non significa rigida), perché è la coscienza (l’ego) lo strumento in cui l’inconscio deve integrarsi, non viceversa.
  2. Cosa non trascurabile: parlare la stessa lingua, ovvero utilizzare il linguaggio simbolico. Se nella mitologia di diverse tradizioni il guardiano è spesso raffigurato come un mostro (come monstrum che etimologicamente significa “prodigioso, inusuale”), difficilmente lo si può considerare in grado di far grandi discorsoni logici e razionali; sarà piuttosto più immediato, stile azione-reazione. Per dirla in termini astrologici, come farebbe Irene Zanier, potrebbe assumere le fattezze di Marte come quelle di Plutone.
  3. All’inferno si va sempre accompagnati perché, nonostante la condizione umana sia di solitudine esistenziale, se il guardiano attacca è meglio che ci sia qualcuno con noi che sappia cosa sta accadendo prima che accada (qualcuno con esperienza, come Virgilio per Dante) e che ci tragga velocemente in salvo.

Il Guardiano è solo il primo dei tanti mostri che dimorano nell’Ombra, ma aperti i cancelli poi tutti gli altri ne usciranno indisturbati.

Non facciamo troppo gli eroi, peccando di hýbris (arroganza) perché molto spesso gli eroi non fanno una bella fine.

A presto con nuove pillole di Psicologia Analitica.

 


 

Stefania Bonaldo, psicologa, specializzanda in psicoterapia analitica. Quasi al termine dei suoi studi in ingegneria civile, decide di cambiare completamente la sua vita affascinata dal mondo della psichiatria e inizia gli studi in psicologia. Nei suoi trascorsi in Brasile, tra gli Indios Pataxò, i terreiros del Candomblé e il meraviglioso e difficile percorso individuale che fu la sua gravidanza, numerose sincronicità la portarono a conoscere più da vicino il pensiero di Carl Gustav Jung. Si laurea a Padova in Psicologia clinico-dinamica dove sostiene sia la tesi triennale che quella magistrale da una prospettiva psico-antropologica dopo numerose ricerche sul campo in Brasile. Qui inizia un master in antropologia sociale di genere presso la Universidade Federal Fluminense di Rio de Janeiro. La convivenza degli opposti tra razionalismo scientifico e vissuti personali la animano tutt’oggi nella comprensione umana di quello che Jung denomina “inconscio collettivo” e la sua enorme potenzialità di trasformazione nella relazione terapeutica.

 

 

 

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