E cogli sino alla fine del tempo
Le mele d’argento della Luna, 
le mele d’oro del Sole. 
(W.B.Yeats)

Thomas Mann, nel suo Giuseppe e i suoi fratelli”, inventa l’espressione “sintassi lunare” (o “grammatica lunare”) per descrivere il modo in cui Giacobbe parla a Giuseppe di due uomini diversi come se questi fossero una sola persona:

“Ma la luce del giorno è una cosa e il chiaro di luna un’altra (…) Le cose vanno diversamente sotto la luna e sotto il sole, ed è possibile che sia il chiarore della luna a essere considerato più autentico dello spirito”.

Nella poesia citata ad inizio capitolo, il contrasto descritto da Yeats tra “le mele d’argento della luna” e “le mele d’oro del sole”, rivestiva un significato ancora maggiore per l’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata (Golden Dawn, ndr). Per questa confraternita, illustrava Yeats, “solare” significava quanto era elaborato e pieno di artificio, mentre “lunare” (che significava Acqua) consisteva in tutto ciò che era semplice, popolare, tradizionale, emotivo. Dal canto suo, egli aggiungeva, se si vuole essere malinconici bisogna “tenere nella mano sinistra un’immagine della luna fatta d’argento, e se si desidera sentirsi felici, tenere nella mano destra un’immagine del sole fatta d’oro”. 

“Solare” e “Lunare” diventano inevitabilmente metafore di due modalità alternative di pensare e di essere. Perché laddove la “sintassi solare” divide, la “sintassi lunare” mescola, e il dibattito in corso tra loro rivela modelli di valore contrastanti, riflettendo in parte la differente relazione con l’oscurità. Nei miti solari dove il Sole è una dea, ella viene portando il dono del calore e della luce, e le sue fasi mutevoli (alba, mezzogiorno, tramonto) vengono annotate e celebrate: gentile all’alba (spesso chiamata la “figlia” del Sole), feroce a mezzogiorno, riflessiva al crepuscolo; a volte restia nell’apparire, a volte attenuata, mentre danza con i suoi raggi scintillanti. Ma quando gli si attribuisce un carattere femminile, anche il Sole deve rimanere in disparte, non unirsi mai alle tenebre, che fuggono quando lei si avvicina. Nei miti solari dove il Sole è un dio, il sole viene visto come eroicamente indipendente dalle sue origini, catturato per sempre dalla psiche umana, come a mezzogiorno di un cielo senza nuvole. L’eroe solare uccide il drago delle tenebre con il dardo dei suoi raggi infuocati: egli è invincibile e impassibile.

Come il Sole scaccia l’oscurità, così la visione solare imposta la vita è il pensiero in termini opposti (luce o oscurità, vero o falso, buono o cattivo) quasi come se fossero entità distinte. L’idea secondo cui il significato di tali distinzioni sia determinato dalla ben più ampia storia della vita non è una “idea solare”, poiché il Sole si propone da se stesso come la storia più grande e, pertanto, stabilisce i termini per tutte le altre storie. Secondo il “pensiero solare”, una cosa è o non è: dove c’è luce, non c’è oscurità.
Il “pensiero lunare”, d’altra parte, mette in rilievo la fluidità e l’evanescenza delle forme: come una candela nel buio o un gioco di maschere, permette che qualcosa sia e non sia allo stesso tempo. Luce e oscurità sono presenti insieme in una continua rappresentazione drammatica di espansione e contrazione. Soltanto agli estremi della Luna Piena e della Luna Nuova si assiste alla luce senza il buio e al buio senza la luce. Dal punto di vista simbolico, la Luna evoca il mondo immaginativo, contingente e ambiguo del divenire (il tempo vissuto), in contrasto con gli assoluti solari del mondo ideale dell’essere.
La Luna si relaziona alle verità poetiche della presenza e dell’assenza, della verità e della falsità, così come con quella della fusione definitiva della morte-nella-vita e della vita-nella-morte.

Dal momento che, nella cultura occidentale, il Sole è dominante e prevalentemente maschile, il punto di vista solare per molto tempo ha portato la cultura ad un’identificazione formale con i propri valori, allineandoli alla virtù di idee chiare definite e, infine, alla “ragione” come espressione del valore supremo. Eliade illustra come, al termine di questo lungo processo di solarizzazione, “sole e intelligenza saranno a tal punto assimilati che le ideologie solari e sincretistiche della fine dell’antichità diventeranno filosofie razionalistiche; si dichiarerà che il sole e l’intelligenza del mondo”. Nella misura in cui si prende questo alla lettera, la Luna e il modo di pensare lunare vengono quindi considerati prevalentemente secondo la prospettiva solare, come l’opposto della chiarezza, l’irrazionale e l’inaffidabile, spostando l’attenzione sulle fasi sempre mutevoli e non più sul modello del suo immutabile ritorno.

Dal punto di vista solare, la Luna, o la prospettiva lunare, si rivela quindi mutevole, incostante, volubile, priva di fede, disorientata (“stare sulla luna”) o fantastica (“allucinante”), incline, in questa sua singolare mancanza di definizione, al caos o alla follia (“lunatico”). In sintesi la vita lunare è influenzata da ritmi che non offrono alcuna liberazione; non ci si può fidare di lei perché conduce alla morte:

“Signora, per quella magica luna laggiù
che inargenta le cime degli alberi, ti giuro…”
dice Romeo, e Giulietta così gli risponde:
“Oh, non giurar per la luna, la luna incostante
che cambia ogni mese nella sua sfera:
o anche il tuo amore io temo sarà incostante a quel modo”.
(W. Shakespeare, Romeo e Giulietta)

Quando si pensa all’intelligenza soltanto attraverso delle immagini solari, vale la pena chiedersi che cosa sia un’intelligenza lunare: una sensibilità olistica, animistica, intuitiva, che coinvolge il linguaggio poetico delle immagini e dei simboli, che emerge sia dal sentimento che dal pensiero?
Cosa dire dell’intelligenza emotiva, del genio innato, della saggezza pratica, che è l’intelligenza del cuore?

Al contrario da un punto di vista esclusivamente lunare, il Sole, o la prospettiva solare, è accecante, fin troppo semplificato, inflessibile, intransigente, dogmatico, ostinato, letterale, eccessivamente idealista, incline alla polarizzazione e all’astrazione. Sembra dunque che l’eterno dibattito tra intuizione e intelletto, passione e ordine, spontaneità e legge, trovi espressione nelle metafore della Luna e del Sole.

Laddove la Luna offre un modello di completezza, il Sole ne offre uno di perfezione.

In conseguenza di ciò spesso si rappresentava la Luna come immagine dell’anima, mentre il Sole come immagine dello spirito. Infatti, queste metafore hanno sofferto della superiorità della tradizione giudaica-cristiana che attribuiva un valore più elevato allo spirito rispetto all’anima, a partire dall’analogia della Luna che rifletteva soltanto, ma non generava, la luce del Sole.
La Luna propone i valori del “divenire cosmico” (il destino di nascita, morte e crescita senza decadenza) mentre il Sole propone i valori luminosi dell’intelletto e dell’essere eterno sospeso oltre il flusso del tempo e della morte. Mentre il Sole è l’invincibile conquistatore della morte, la Luna si arrende ad essa, attraverso l’ambivalenza della vita nel tempo, vive per risorgere di nuovo, in un dramma che comprende una totalità senza sforzo.

Nondimeno, entrambi gli stati di coscienza sono necessari per l’integrità umana, e nei miti e nei rituali di tutto il mondo è presente ovunque l’impulso di unificare la Luna e il Sole, sia attraverso le “nozze sacre” della Luna con il Sole, sia attraverso la vita simbolica che cerca di riconciliare le forme lunari e solari dell’essere. Ma nel tentativo di osservare entrambe le modalità, solare e lunare, da una posizione che vada oltre l’una e l’altra, è in primo luogo necessario recuperare l’eredità perduta della Luna nei suoi miti, leggende, rituali, folklore e superstizioni, che riconducono tutti a un’epoca precedente, più partecipativa.
Perché se è vero che uno dei modi con cui gli esseri umani possono arrivare alla conoscenza di se stessi è attraverso le immagini delle loro dee e dèi, allora tali immagini non possono andare perdute facilmente senza le dovute conseguenze. La loro scomparsa, o distorsione, rischia a sua volta di ridurre la complessità vitale della psiche umana, necessaria per concepire le intuizioni migliori.

Un simbolo, come diceva D. H. Lawrance,

“non è soltanto un significato nel significato; esso è un significato contro il significato”.

Torniamo indietro, quindi, ai giorni in cui, da bambini, guardavamo per la prima volta con meraviglia il volto della Luna, e al tempo dei nostri antenati, sulle cui intuizioni riposiamo, quando costoro, nell’infanzia immaginativa della razza umana, videro affacciarsi delle figure sulla superficie della Luna e le considerarono reali.

( tratto da “La Luna, simbolo di trasformazione” di Jules Cashford, edizioni Venexia 2019)

 

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One comment

  • Paolo

    04/10/2020 at 18:50

    ciao!
    È davvero un bellissimo l’articolo e ha espanso un concetto su cui sto ragionando proprio in questi giorni, ma in termini gnostici.
    Nell’analogia che mi sono figurato, la coscienza lunare è Pistis, la fede, mentre quella solare Sophia.

    In questo senso il mito gnostico conferma che abbiamo un “bias solare”, il peccato di Sophia, che obbliga l’intelligenza umana a svilupparsi solo in modo analitico, favorendo la separazione dei concetti invece che metterli in relazione olistica.

    (tieni presente che sono appunti quindi potrebbero risultare ostici da leggere, nel caso avessi voglia)

    Un bacio e 🤗

    “La Scienza è Pistis-Sophia che scandaglia la realtà, ma quando intende modificarla “vende” la propria Anima (Inconscio/Pistis) e genera la Macchina, che è Mefistofele/L’Arrogante. In questo stato l’Io si inflaziona e il raziocinio teorico si impone sul pragmatismo empirico, ovvero si sovrascrive (o confonde) il dato di realtà oggettiva con l’interpretazione soggettiva. L’esempio lampante è il fenomeno dell’istituzione di regimi totalitari sulla base di teorie sia spirituali che profane: questo nasce sempre tramite un atto di letteralizzazione del simbolo, che viene adattato per servire l’ideologia/bias di turno.

    Tale processo è sì un abominio rispetto al vero significato del simbolo ma al contempo permette di espanderlo in linea orizzontale, ovvero in chiave memetica, come un sottoprodotto del simbolo stesso. Così una scoperta scientifica può stimolare l’immaginazione e il discorso filosofico, quindi dei memi che possono essere asserviti a vari scopi ideologici sfruttando il fascino esercitato della scoperta stessa. In questo modo la Sophia, che non possiede più fede/Pistis e quindi brama certezze, si spezza e le sue parti rendono vitali le ideologie, che a loro volta le sfruttano come mezzo propulsivo invece che porle come fine ultimo.”

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