Psicologia“Descensus ad inferos”: lettera alla Sorella suicida

Cara Sorella,

non so se parlo direttamente con te o in realtà tu sia una scusa per un’interlocutrice.
Forse sto parlando a me stessa.

Ieri ti ho ricordato…. ho volto lo sguardo al cielo dopo aver tentato una comunicazione con la Coscienza, cristallizzata nella “ratio” dell’Io, che ci sfugge durante il giorno. Poche parole per dire che ho pregato, ho ascoltato la forza del cielo, osservato le sue nubi e sentito i suoi venti.
Pochi istanti sono bastati per far i conti con la potenza della tempesta e degli alberi spezzati sopra le nostre teste, chiamiamola sincronicitá. Sono giunta presso una vecchia casa, dove al balcone si ergeva lapidaria una scritta su fondo bianco ossa:

“Al balcone di questa casa vennero impiccati tre gloriosi partigiani il 31/08/1944″
BONALDO Carlo di anni 19”

Mi si è gelato il sangue, in un istante, nell’associare come un lampo neurologico, dall’occhio al cuore, la data del compleanno di nostro padre, il 31 agosto, e la modalità di esecuzione… la stessa che hai scelto tu.
I 19 gli anni che avevo io, quando una parte di me se n’è andata con te… e quel cognome, macchiato di lacerazioni al collo, di corde troppo strette.

L’Impiccato… colui che, senza respiro, riesce a percepire il sussurro del passaggio. Mi chiedo, tu, ora che forma abbia… se ti sia incistata in qualche elettrolita tra i miei pensieri per portare avanti un tuo ricordo o qualche insegnamento. Mi chiedo se ne avessi avuti da trasmettere o se ti avrebbe fatto piacere che qualcuno potesse coglierli.

“Pinocchio impiccato alla quercia grande” di B. Albi Bianchini (1944)

Ti sei sempre nascosta dietro le parole scritte, uno sguardo ghiacciato e una femminilità custodita silente, dentro robusti pantaloni e scarpe da calcetto. Le tue parole ferite hanno sempre lasciato lacerazioni dietro di sé. Chi con te leggeva il tuo dolore, perdeva lentamente gocce di fatica, un po’ impotente, un po’ spaesato, con un gran nulla tra le dita…

Capisco quel desiderio di potere, quella tentazione di voler tenere tutti col fiato sospeso, a piangerti per sempre, a donarti eternità e visibilità dal mondo nascosto in cui ti rifugiavi. La provo anche io quella voglia di uccidere, di distruggere ogni cosa, di sterminare ogni forma umana intorno e anche la consapevolezza che per sfiorare quella grandiosità solo la morte di sé può essere sufficientemente accettabile. Non di certo una strage altrui a mostrare solo la rabbia della sofferenza per l’invisibilità e l’incomprensione.
Comprendo quel sadico desiderio, ogni giorno lotto perché non abbia il sopravvento e la maggior parte delle volte, la mia razionalità, la fredda lama di Saturno, l’appello alla propria forza interiore trainano il veliero della Coscienza in questo potente mare che chiamiamo Inconscio.

Mi chiedo se hai mai provato a vivere la vita ascoltando il tuo corpo, se ne hai mai goduto appieno, se hai mai provato a sentirti come dio, invece di sfidarlo o negarlo.
Se sei mai salita su di una roccia e invocato le forze del cielo e della terra, del mare e del fuoco, se hai mai provato ad illuderti che in realtà i venti potessero ascoltarti, essere con te, la terra fremere con te, la pioggia cadere a ritmo del tuo dolore, il fuoco bruciare ogni anima che ritenessi meritevole.

La sensazione di potenza che essere Nulla nel Tutto equivale ad essere il Tutto….

Mi chiedo se questi pensieri tu possa averli mai fatti.

Ti parlo da adulta, da donna, da anziana… per me a quarant’anni non si è ancora giovani, non si ha tutta la vita davanti  ed è sempre più chiaro che l’età avanza in modo difforme dal corpo. Se avessi ora la testa di quando avevo la tua età probabilmente non ci sarei… avrei fatto la tua stessa scelta, forse meno coraggiosa e meno studiata, molto più impulsiva, senza il tempo di potersi pentire. Per fortuna la vita spesso va come deve andare senza farsi troppo dirigere e per qualche senso ancora ignoto ho dato la vita che ho sempre pensato di togliermi.

Ti rendi conto improvvisamente di avere un valore che va oltre il riconoscimento, un valore che non dipende da te, né da quanto brava o bella sei.

Diventi improvvisamente fondamentale.

Ho avuto la fortuna di divenire una madre, il cui ruolo principale è offrirsi quale specchio per quegli occhi che fin dal primo istante cercano conferme e fissità tra il calore del derma e della prima pelle psichica. La sfida più grande è stata ed è tutt’ora essere una madre in cui quegli occhi possano trovare una calda terra fertile, in cui essere contenuti, amati, riconosciuti e modulati.

Ma a far da arbitro spesso ci si mette la propria madre interna, quella in cui la maggior parte di noi donne fatica a rispecchiarsi, perché alcune delle nostre mamme forse avevano poche risorse per riflettere su tutto ciò. Dentro quegli occhi materni, c’è il pozzo dell’autostima, del riconoscimento, della sicurezza di sé del proprio essere donna a questo mondo costruito sui ruderi del passato. Parlo quindi anche dei lati ombra di tutto questo: il senso di fallimento, di abbandono, di inutilità e inefficacia, di inesistenza.

Questa è la sensazione più forte e se fossi qui credo mi daresti conferma…

Il valore di sé buttato in battaglia senza armatura e senza spada, senza qualcuno che a casa attenda il ritorno dell’eroe.
Puoi raggiungere ogni risultato e non sarà mai abbastanza.
La sensazione è sempre di non valere a sufficienza per meritarsi amore, per meritarsi la vita, per sentirsi in grado di portare oltre il dolore, di trasformarlo. Il rischio è che il tempo passa, mentre i pensieri rimangono uguali.
Il rischio è trasmettere valori distorti e sofferti, contaminati dalle stirpi e dal retaggio culturale che ci obbligano a trasportare, contaminato di patriarcato e donne gravide di despoti inconsciamente riconosciuti. Il rischio è diventare un disco rotto, fuori dal tempo, alimentando rabbia e insoddisfazione, senso di impotenza e frustrazione. Non serve essere madri da testate giornalistiche di cronaca nera per trasmettere tanta impotenza. Il solo fatto di esser genitore conferisce già quel potere totalitario.
È un lavoro delicato quello di creare il giusto confine, di scindere il proprio desiderio da ciò che nascondiamo per giusto di per sé.
È un difficile lavoro di presa di coscienza e di modulazione quello che permette di riconoscere la stanchezza di essere un mero strumento evolutivo, un utero fertile, dall’obbligo di sentirsi erogatori d’amor perfetto, buone madri, quella differenza tra essere donatori di vita e detentori e controllori di passaggi evolutivi. Mi chiedo ad oggi quanto tu abbia mai fatto pace con la tua bimba insicura, che mostrava grande coraggio nelle battaglie per la giustizia, grandi doti nel difendere l’innocenza, compresa la mia.

Mi chiedo quanto tu abbia riconosciuto la tua donna interiore, quanto l’abbia protetta, quanto l’abbia fatta godere della propria bellezza, perché amarsi è il primo insegnamento che esser madri dovrebbe regalarti. Perché per poter trasmettere sicurezza per la vita, è necessario potersi apprezzare come navigatori storpi che annusano le onde e le cavalcano con maestria, con la pelle segnata dal sole salato. C’è bisogno di quel fondamentale nucleo narcisistico da cui possano poter sbocciare le gemme psichiche della coscienza e della moralità, per creare un Super-io clemente e comprensivo che dona direzione senza giudizio e mutilazioni, che non sia troppo prepotente, né troppo accondiscendente all’Ombra, che ci permetta di stare in pace con noi stessi senza tormentarci mettendoci il cappio al collo.

Perché nonostante tu abbia pensato di farcela a tutti, restando per sempre nelle nostre ferite, nei nostri cuori e nei nostri ricordi immortali d’etere, hai solo creato uno squarcio, nel karma di tante generazioni femminili, un’emorragia che urla e che chiede di essere sanata.

E non ci sono battaglie da iniziare o guerre da dichiarare, non c’è un maschile da distruggere, né un femminile da proteggere, c’è essenzialmente il bisogno di un dialogo aperto, dove l’uno non si sacrifichi all’altro, dove non ci siano lotte di potere.

Le questioni di genere vertono sempre su un livello di potere e da quell’aspetto si diramano e dipartono le sicurezze della vita. Quanto potere decidiamo di avere, quanto potere crediamo di incarnare, quanto potere speriamo di tacere perché scomodo. Non sarà una corda al collo di antenati a far tacere i sussurri di generazioni. E non sarà un maschile mal integrato a prendersi la colpa della rabbia potente di un femminile non visto. Il sospiro che non esali più sussurra al mio orecchio:

“Il segreto alchemico del “solve et coagula” si concentra in un unico concetto:

“Rispetto!”

Il mio augurio è questo, per questo periodo di ingresso nell’Autunno: prendiamo per mano Persefone prima della discesa agli Inferi e accompagnamola a conoscere i cancelli delle sue libertà. Nei campi dell’Ade non si fissa dimora, ma vi si sottrae i tesori nascosti per riportarli alla Coscienza.

Benvenuto Autunno.


 

Stefania Bonaldo, psicologa, specializzanda in psicoterapia analitica. Quasi al termine dei suoi studi in ingegneria civile, decide di cambiare completamente la sua vita affascinata dal mondo della psichiatria e inizia gli studi in psicologia. Nei suoi trascorsi in Brasile, tra gli Indios Pataxò, i terreiros del Candomblé e il meraviglioso e difficile percorso individuale che fu la sua gravidanza, numerose sincronicità la portarono a conoscere più da vicino il pensiero di Carl Gustav Jung. Si laurea a Padova in Psicologia clinico-dinamica dove sostiene sia la tesi triennale che quella magistrale da una prospettiva psico-antropologica dopo numerose ricerche sul campo in Brasile. Qui inizia un master in antropologia sociale di genere presso la Universida de Federal Fluminense di Rio de Janeiro. La convivenza degli opposti tra razionalismo scientifico e vissuti personali la animano tutt’oggi nella comprensione umana di quello che Jung denomina “inconscio collettivo” e la sua enorme potenzialità di trasformazione nella relazione terapeutica.

 

 

 

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